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...il “caso” ALICE
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Tenerissima lettera del baritono Roberto De Candia (il Gatto) alla fine delle recite, un artista pieno di talento e umanità. Grande carriera, un fuoriclasse. (21 maggio 1993)
La mia lettera a Girolamo Arrigo (allora Direttore Artisctico del Teatro Massimo di Palermo) dopo mesi di contatti per trovare un direttore d’orchestra. Alla fine ho deciso di chiedergli di ingaggiare Daniele Callegari...o lui o nessuno: ho avuto ragione io! (24 novembre 1992)
Intervista a Primafila aprile 1993 per Alice
Intervista a L’Opera aprile 1993 per Alice
La Rivista del Cinematografo
sett./ott.1993
dal Corriere della Sera aprile 1993
dal Giornale maggio 1993
dal Giornale della Musica aprile 1993
dal Giornale di Sicilia maggio 1993
dall’ Espresso aprile 1993
dall’ Opera aprile 1998
dal Giornale della Musica settembre 1999
da la Repubblica marzo 1998
da CD Classica febbraio 1998
miei articoli, recensioni, interviste, lettere
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La vera natura di Alban Berg-G.della Musica giugno 1998
Emozioni all Korngold-G.
della Musica febbraio 2000
...per Korngold l’ora della riabilitazione-G.della Musica marzo 1998
La Fiamma di Respighi-G.della Musica gennaio 2000
L’ambiguo Sostakovich-G.della Musica novembre 1998
La tensione all’assoluto, ricordo di N.Castiglioni-G.della Musica ottobre 1996
Lieder verità-
G.della Musica marzo 1997
La bella musa della complessità-
G.della Musica giugno 1989
La musica moderna può essere popolare-
Il Giornale 21 aprile 1993
La musica deve avere un pubblico-
L’Arena 29 ottobre 1991
Schumann alla Testoni-
G.della Musica febbraio 1999
Lettera aperta di 9 compositori a Musica Viva-
ottobre 1983
Opera 2000-
Vogue settembre 1990
Telegramma e lettera della RAI per la commissione della mia Prima Sinfonia per l’Orchestra Sinfonica di Milano
3 agosto1983
La mia lettera (del 15 febbraio 1984)
di risposta a Giorgio Vidusso, allora direttore artistico dell’Orchestra Sinfonica della RAI di Milano...
Un mio saggio sulla Critica Musicale richiestomi da Nello Bertellini, probabilmente inedito... 1983
Lettera a Lucio Lironi per un Incontro-Concerto commemorativo di Niccolò Castiglioni, Sagra Musicale 1997
Lettera autografa di Goffredo Petrassi per il mio brano Le Nuvole...,
marzo 1981
Lettera autografa di Mario Gusella durante le prove del mio Notturno...,
maggio 1983
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-Intervista Radio 2 della Svizzera Italiana di Giorgio Vitali con Giampaolo Testoni per Carnaval
con l’orchestra dei Pomeriggi Musicali di Milano, 10 dicembre 2007.
-Intervista Radio RAI 3 “Suite” di Carlo Boccadoro con Giampaolo Testoni su Alice, 10 dicembre 2003.
-Intervista Radio Popolare “Rotoclassica” di Claudio Ricordi con Giampaolo Testoni su Alice, 23 aprile 1998.
-Intervista Radio RAI 3 “Palco Reale” di Franco Pulcini e Gaia Varon su Alice, 1 marzo 1996 e 15 aprile 1996.
-Intervista Radio 2 della Svizzera Italiana di Daniele Martino con Giampaolo Testoni su Alice, 17 luglio 1995.
-Intervista Radio RAI 3 “Dopo la Prima” di Daniele Martino con Franco Pulcini dopo la prima di Alice, 30 aprile 1993.
-Intervista Radio RAI 3 “Opera Festival” di ... con Ubaldo Mirabelli e Giampaolo Testoni su presentazione Stagione 1993, 24 novembre 1992.
-Intervista Radio RAI 2 “Appassionata” di Marco Spada con Girolamo Arrigo e Giampaolo Testoni per anteprima di Alice, 16 novembre 1992.
NEOROMANTICI, piccola cronistoria dopo trent’anni, in risposta a un compositore...da Facebook, 30 giugno 2010
Caro Vito (Palumbo), ciò che dici è vero e giusto. A riscontro faccio un pò di cronistoria.
Trent’anni fa io e un agguerrito gruppo di giovani compositori dell’area milanese cominciammo una “battaglia” in Italia per l’emancipazione della musica cosiddetta contemporanea dalla dittatura ideologica post Darmstadt ecc.
Il Conservatorio di Milano era allora il centro musicale più importante, insegnavano i più famosi compositori della generazione dal ’20 al ’40 e gli editori (Ricordi, Suvini Zerboni e Sonzogno) erano in fibrillazione...c’erano in Italia le orchestre Rai, i festivals di musica nuova pullulavano e le stagioni in cui le nuove musiche venivano commissionate, eseguite e registrate erano numerosissime. Insomma la stagione musicale felice degli anni ottanta.
Ma...a Venezia, 1980, rassegna Venezia Opera Prima, e l’anno dopo alla Biennale intitolata non a caso “Dopo l’Avanguardia”, si incontrano e fanno subito amicizia alcuni giovani che, anche spronati dai lavori “apripista” di Fabio Vacchi, Francesco Carluccio, Lorenzo Ferrero di pochissimi anni prima, danno più o meno consapevolmente inizio a una corrente musicale che verrà poi chiamata Neoromantica (in Germania alcuni autori poco prima avevano fatto lo stesso). Il nome ci fu affibbiato per lo più con accezione regressiva e polemicamente negativa: noi sostanzialmente volevamo riportare l’attenzione sulla necessità di scrivere musica per un pubblico più ampio possibile, toglierci dal ghetto dell’avanguardia scrivendo musica che si potesse eseguire normalmente, fosse comunicativa, recuperasse la grande tradizione dei grandi maestri novecenteschi, da Stravinsky a Prokoviev, da Britten a Strauss, da Janacek a Ravel, da Debussy fino a Messiaen, spostando l’obbiettivo dalla asfittica manipolazione storico-critica della seconda scuola di Vienna e dei suoi illustri grandi compositori. In sostanza contestavamo il pensiero di Adorno e il culto “masturbatorio” della partitura come pura scrittura avulsa dal suono ma frutto di operazioni sul cosiddetto materiale, puramente algebrico-geometriche, a-fisiologiche (nel senso della comune percezione umana delle frequenze sonore e della loro psicologica percezione e comprensione).
Avemmo quasi tutto il mondo della critica musicale e dell’establishment contro: feroci critiche e recensioni, attacchi continui su pubblicazioni e convegni ecc. Noi rispondemmo anzitutto scrivendo, perlomeno cercando di scrivere musiche davvero diverse da quelle dei nostri maestri che avevamo messo sotto accusa, e ponendo dove possibile continue questioni riguardo al reale valore artistico dei lavori del secondo dopoguerra: avevamo toccato un Re molto potente e suscettibile, un Re che aveva preso il potere in gran parte delle istituzioni musicali e teatrali, sorretto da critica alleata e da una struttura ideologica di partito (l’allora PCI) che applicava nei “salotti buoni” i diktat su come si doveva scrivere e perchè e chi sì e chi no. Metodi staliniani nella forma (il popolo restava bue perchè non apprezzava Nono e quindi andava educato) e un poco stalinisti nella sostanza (in Conservatorio molti episodi di intolleranza verso quegli allievi che volevano analizzare partiture non ortodosse di autori “fascisti”...potrei citare innumerevoli episodi). Anche in Conservatorio dunque, come ahimè per le strade, tra la metà dei ’70 e metà ’80 erano anni di piombo. Ciononostante ci conquistammo spazio sgomitando e cercando di farci ascoltare, aiutati comunque dalla curiosità e da una qualche simpatia di esecutori e sparuti direttori artistici. Ormai però una falla nel sistema l’avevamo creata: il Re era NUDO! Quello che in particolare cercavamo di dimostrare era la sostanziale inettitudine di molti (non tutti certamente) cosiddetti maestri, la loro ignoranza o analfabetismo musicale, un’incapacità tecnica che andava di pari passo con l’arroganza ideologica, le parole d’ordine di un nichilismo materialistico-marxista applicato alle scelta armoniche (!), un balbettìo noioso, una stitichezza espressiva ove il solo sentimento provocato all’ascolto prima della noia era l’angoscia. Ma tutto corredato da programmi di sala di trenta pagine dove il critico carabiniere di turno ci spiegava quanto eravamo ignoranti e perchè quello che avremmo ascoltato andava considerato senza discussioni come un capolavoro necessario e ineluttabile, pena l’essere fuori dalla Cultura.
Non tutti i maestri, come non tutti i critici e diretti artistici, erano allineati però: molti avevano creduto nell’esperienza probabilmente storicamente necessaria di Darmstadt ma poi avevano preso altre strade (Berio in fondo era visto con un pò di sospetto), tra questi posso citare Flavio Testi, grande insegnante di Storia della Musica con il quale potemmo studiare “persino” il melodramma (!), il mio caro maestro Niccolò Castiglioni che lasciò me e Carlo Galante (suoi allievi ribelli) liberi di esplorare territori diversi e parlare di musica senza limitazioni, aiutati dal suo esempio credo abbastanza unico di libertà linguistica sostenuta da salda tecnica e grande fantasia timbrica e armonica (un Messiaen italiano!) e Salvatore Sciarrino, che ci prese in simpatia e appoggiò almeno in una prima fase. Le cose col passare degli anni poi naturalmente si svilupparono in modalità diverse e non omogenee per ciascuno di noi, le strade, come è logico che sia, si divisero, tutto cambiò ancora. Mi pare però che un solco profondo, una traccia l’abbiamo storicamente determinata e nelle nuove generazioni, a prescindere dalle scelte linguistiche, si sia inculcata una mentalità del tutto nuova, più possibilista, curiosa, antidogmatica, che non può prescindere dalla consapevolezza di possedere un mestiere saldo nella tecnica, unico modo per esprimere forme e valori artisticamente interpretabili e riconoscibili da chiunque (o quasi). Voglio citare i miei compagni di viaggio di quegli anni: Carlo Galante, Luca Mosca, Lorenzo Ferrero, Bruno Cerchio, Elisabetta Brusa, Marco Tutino, Paolo Ugoletti, Francesco Carluccio, Alessandro Lucchetti, Ludovico Einaudi, Fabio Vacchi, cui poi seguiro tanti altri anche più giovani che si aggregarono alle nostre idee contribuendo con la loro musica a rompere quel muro spaventoso dove il brutto musicale (nel senso più miseramente banale) era una regola, una carta d’identità, un passpartout per essere dentro la cultura ufficiale, oserei dire di “regime”, ministeriale.
LEONCE E LENA, appunti attorno all’opera, novembre 2010
Molti anni orsono, poco prima di cominciare a scrivere la mia ALICE, mi interessai molto alle opere di G. Buchner, in particolare a Leonce e Lena.
La fiaba mescolata alla feroce critica verso le certezze sociali, la malinconica introspezione e il gusto per il paradosso, il gioco dello scambio di ruoli, l’asciuttezza del linguaggio, la teatralità trasfigurata dall’estasi della parola poetica, tutto questo mi attirava e mi influenzava nella scelta della commedia di Buchner per adattarla a libretto per musica.
Abbandonai l’idea perché non adatta ad un’opera di grandi proporzioni ma l’ho ritrovata e rivisitata dopo tanto tempo perché ho pensato a una nuova scrittura di teatro musicale da camera, con un organico strumentale ridotto e un ridotto numero di voci, più adatta ed efficace, oggi, alle esigenze di messa in scena dei nostri teatri.
Per la prima volta ho affrontato la scrittura del libretto, adattando il testo originale (nella sua traduzione italiana) ai miei “ritmi” e al mio fraseggio melodico, non trovando difficoltà particolari ma con grande slancio e facilità; ho utilizzato una versificazione piuttosto libera ma sempre ascoltando il mio istinto prosodico tutto finalizzato all’ efficacia e comprensibilità del suono e del significato della parola.
Credo che in tutta la mia musica, fin da quella degli esordi di poco più di trent’anni fa, ci sia sempre stata la necessità di chiarezza costruttiva e di forza espressiva; in particolare ho cercato nel rapporto con la parola teatrale e poetica di ascoltarne e esaltarne il “canto” implicito, spingendo il mio gusto per chiare arcate melodiche verso una sensualità molto netta e inequivoca, senza paura di compromettermi in recuperi di verismi cui sono per natura estraneo tanto quanto agli intellettualistici baloccamenti delle avanguardie estreme. Il mio faro, anche per la personale storia di studi accademici, è stato il madrigale e attraverso esso, la potenza espressiva e gestuale della parola trasfigurata dal suono, nel suo significato profondo e nella conseguente profondità emozionale.
Mi interessa continuare un percorso di “verità e bellezza” attraverso il teatro musicale, utilizzando le maschere dei personaggi, fuori dalla realtà contingente, per cercare di esprimere sentimenti e idee più possibilmente condivisibili e universali nella loro comprensibilità, meglio se con leggerezza di tratto, con un gioco di fraseggi e ritmi, con trasporto lirico e sottile trasparenza di nuances timbriche e dinamiche.
Un teatro musicale come antidoto al “rumore” di fondo, all’inquinamento fumoso di balbettamenti e sperimentalismi, alle banalità e ovvietà dell’esperienza quotidiana, ipotizzando un possibile ritrovato percorso all’interno di quel tanto amato, ma così distante, “museo” del nostro passato e presente musicale.
SULLA MUSICA CONTEMPORANEA di qualche tempo fa..., interventi su Facebook, marzo 2011
Caro Luca (Ciammarughi)...riguardo il perfido, direi meglio vile finto musicologo Bortolotto, lo conobbi a Napoli nel 1984 per un concerto con l'orrenda Scarlatti Rai, direttore Roberto Abbado, musiche del mio caro maestro Castiglioni, mie e di Galante (i suoi allievi prediletti...)...non ti dico in che stato era l'orchestra, da non credere, lui era tanto brutto tanto cattivo, le sue battute sarcastiche disgustose, un uomo da vomito...e pensare che ha sproloquiato per anni anhe di musica contemporanea, capisci allora quanta rabbia avevamo in corpo come "neoromantici"? Questi mistificatori arroganti legati a doppio filo con il pci stalinista ci obbligavano a sottostare ai diktat dei loro salotti, tu sì tu no, tu vivi tu muori...
Servivano chi dovevano servire, tanti come lui, chi più "buono", chi più o meno colto, chi più o meno comunista, chi ingegnere trasformato improvvisamente in direttore artistico, eccetera...tutti pronti a servire la causa della "ricerca" per guidare il popolo bue verso la verità, per insegnare ciò che è cultura e ciò che è spazzatura...ricordo i programmi di sala di Musica nel Nostro Tempo, pagine fitte piene di proclami pseudo poetici dove ancor prima di ascoltare una nota sapevi già quanto sarebbe stato geniale quel suono armonico, quel piccolo peto denso di profumo strutturalista, e vai con gli umberti echi, con le citazioni da filosofi, pittori (sempre gli stessi)...una ossessione durata almeno tre o quattro lustri per il "materiale" e la sua manipolazione, meglio la sua onanistica manipolazione, partiture talmente fitte di notine con sovrapposizione di ritmi talmente complessi impossibili da solfeggiare...ricordo Ferneyough, andava forte nel jukebox delle nostrane rassegne, eseguito alla Rai di Milano, pezzo impossibile da suonare e ascoltare, alla generale, parlando con amici strumentisti dell'orchestra, mi dissero che per sfotterlo si misero a suonargli dentro di tutto, marcette nuziali, vapensieri eccetera, il nostro eroe non solo non si accorse di nulla ma ne fu entusiasta...immorali entrambi e irresponsabili entrambi ma come non giustificare questi atteggiamenti? Fu la fine del rapporto di fiducia tra i compositori non solo con il pubblico ma anche con gli esecutori. Nella pagina Files sul mio sito troverai la lettera che inviai a Vidusso, dir.art. Della Rai di Milano che mi commissionò la Prima Sinfonia (avevo 25 anni circa) dove chiedevo espressamente di non essere eseguito nella rassegna Mus. Del N.Tempo ma solo nella stagione normale col pubblico normale...fui temerario forse pazzo, rischiai ma lui acconsentì....se non ricordo male i neoromantici non furono praticamente mai eseguiti in quella rassegna che era allora la bibbia della mus. Contemporanea in Italia, se eri eseguito lì allora esistevi...eccetera eccetera eccetera...
...altre precisazioni:
dal dopoguerra tutti o quasi i teatri, enti lirici, orchestre sinfoniche e istituzioni musicali alimentate da denaro pubblico, orchestre Rai comprese, furono spartite dalla DC che in genere si teneva le sovrintendenze e dal PCI o PSI che si prendevano le direzioni artistiche. Così per sostenere le suddette istituzioni nelle loro scelte estetico-strategiche la critica militante si affiancava per sostenere e elogiare, i musicisti tentavano ogni strada per compiacere ai suddetti e quindi anche le finte scelte politiche erano il primo passo da compiere, molte carriere di artisti divenuti famosi sono state costruite e dirette dai partiti PCI-PSI che richiedevano obbedienza, devozione e impegno a dichiararsi e compartecipare all'ideologia. Non sto dicendo che siano tutti artisti mediocri, dico che questa era la prassi, chi restava autonomo, indipendente, senza tessera, chi non prendeva posizione sempre e forzatamente, veniva emarginato e bollato di qualunquismo perlomeno. Gli editori musicali, anzi Casa Ricordi, che è stato mio editore per quasi vent'anni, pur avendo molti meriti nella volontà di diffondere la musica contemporanea, era gestito dalle "amorevoli cure" di dame importanti nella Milano dai '70 alla fine degli anni 80, alcune di loro legate anche politicamente ai suddetti partiti.
Così, in una sindrome da horror vacui dei compositori, cominciarono a pubblicare qualsiasi sciocchezza proveniva da premi, aule di insegnanti loro autori di fiducia e comprovata fede, questo dopo che Ricordi perse la grande opportunità negli anni 50 di prendere STRAVINSKY che amando molto l'Italia, voleva concedere i diritti del Rake's Progress proprio a Ricordi stessa e iniziare una collaborazione ma...chiese troppi soldi, pare, e il nostro acuto editore disse di no!
Da allora ogni cazzata venne pubblicata cercando disperatamente il nuovo mozartino nostrano, ma nel frattempo la Cultura e i suoi diktat con le sue gerarchie preocedevano a passo marziale producendo i capolavori, si fa per dire, di Nono e compagnia, massacrando molti autori delle generazioni precedenti che ormai non potevano salire sul nuovo treno, l'unico treno possibile. Per finire il lavoro di occupazione gli stessi nuovi eroi prendevano possesso delle cattedre nei Conservatori...e così si arriva alla nostra ribellione alla fine dei '70, ci danno dei neoromantici, ovvero dei fascisti, ci sbattono fuori dalle classi perchè portiamo autori non graditi in classe, reazionari...io con molti miei colleghi abbiamo creduto in una musica che ci riconnettesse alla grande onda dei GRANDI autori del Novecento per recuperare la fiducia non solo el pubblico ma anche e non meno importante con gli interpreti. La pressione ideologica era impressionante a Milano allora, la forza di volontà doveva essere moltiplicata per mille, Davide contro Golia...però siamo riusciti a sfondare quel muro mostrando il re nudo, un re mezzo analfabeta peraltro, stitico, asessuato, invito tutti quelli che sono interessati e per età non possono aver vissuto quegli anni, di informarsi se vogliono, ascoltare le nostre musiche (siamo tutti ancora in circolazione, o quasi) e pur nel deserto della musica colta contemporanea (parlo delle possibilità di esecuzioni) oggi rispetto anche solo a 10 anni fa, si riesce ancora a lavorare e produrre musica...quanto a Bortolotto, dove fu direttore artistico fece disastri anche a causa di un carattere impossibile naturalmente ma soprattutto per la sua arroganza e brutale mancanza di idee, uno dei tanti nichilisti onanisti che sfruttavano i privilegi di una casta di intellettuali protetti e spesso a libro paga di qualche potente.
Pensate al grande Pasolini, cacciato e ripudiato dal Partito, e confrontatelo con Menotti, che da solo ha costruito contro TUTTA la cultura ufficiale dell'epoca un festival...ma naturalmente era un reazionario e la sua musica fascista...queste erano le categorie, questi i ragionamenti.
…Appunti dopo lo spettacolo di danza ISLAND, coreografia di Emanuela Tagliavia, musiche di Cage, Feldman, Messiaen rielaborate e ricomposte da Giampaolo Testoni – Museo della Scienza e Tecbnologia di Milano, 4,5,6 marzo 2011, in risposta a una lettera di Luca Vitali su Facebook
Caro Maestro l'eco modifica il suono? …ecco, io ho provato a riassumere ciò che ho visto ieri sera con "L'Eco dell'opera"perchè?Perchè quella di ieri sera non era la Tempesta di Shakespeare ma il suo eco: come ci è arrivata nel corso del tempo...non solo: l'eco è anche dispersione. Con la danza si crea un nuovo tempo nel tempo, quindi l'astrazione e l'elevazione di un attimo che si disperde… Luca Vitali
La tua tesi è molto interessante e molto giusta.
Quando elaboriamo, studiamo, rileggiamo, ascoltiamo opere del "passato" le facciamo nostre amandole, le assimiliamo e le reinterpretiamo nella nostra immaginazione facendole diventare nostre contemporanee. I grandi autori e artisti sono tanto più grandi quanto più riescono a trasmettere idee, attraverso forme, che possiedono valore profondo, valore che in qualche modo le rende "eterne", fuori dal tempo, fuori dallo spazio in cui sono nate e prescindono dal pubblico che ne ha fruìto per la prima volta, vanno oltre ogni tipo confine e in definitiva ci "parlano", ci toccano nell'anima senza ostacolo alcuno.
In particolare la fratellanza di alcune arti rende la loro diffusione e reinterpretazione, la loro eco per dirla con le tue parole, più facile perchè i simboli e i significati essenziali restano immutati a prescindere dai mezzi che si usano: come hai notato la Tempesta di Shakespeare, reinterpretata con la danza e la musica, senza più testo, comunica ugualmente atmosfere e significati che da un lato ne salvano tutta l'espressività e potenza originarie ma forse riescono ad aggiungere, nella loro nuova prospettiva di modificazione, a distanza, in “eco”, nuove emozioni e riflessioni, perchè la nuova forma non muta quella originale, le si affianca, eco-sorella o se vuoi eco-figlia...Tutte le opere d’arte sembrano allora essere eco-figlie di altre opere precedenti in un dedalo di rimandi che forse ha una apparenza di eternità…divina.